“IL SEGNO” ASSOCIAZIONE SOCIO CULTURALE

Entro la fine del corrente mese, sarà costituita l’associazione socio culturale “IL SEGNO”. L’associazione vuole essere il contesto attraverso il quale condividere la questione del senso dell’esperienza in tutti gli ambiti della vita personale e sociale. IL SEGNO, tra le diverse iniziative future, organizzerà incontri periodici, pensati per consentire una narrazione corale circa il significato dell’esperienza, principalmente nell’ambito del lavoro, della scuola, della famiglia e delle relazioni, al fine di ricercare la responsabilità personale, intesa quale “capacità di risposta”, che colloca ciascuno di noi al centro del suo agire e maggiormente capace di generare conseguenze realmente volute. Connesso a questo è il tema dello sviluppo delle “Qualità Umane”, per rinnovare l’approccio alle situazioni nei diversi ambiti di cui si è detto. Mettere al centro la persona significa diffondere da un lato contenuti, ma dall’altro e soprattutto favorire la pratica degli apprendimenti. Nello scambio narrativo delle esperienze, nello scambio dei racconti di ciò che accade nella vita vera si esercita un valore essenziale per lo sviluppo di ciascuno. La stessa individualità personale esiste nella relazione con l’altro. Il compito identitario è sempre un compito che si completa nella relazione con l’altro. Il SEGNO nasce con l’ambizione di tracciare un segno, essere una voce, un “buon incontro” che in quanto tale apre il mondo, rimette in moto la vita, producendo nuove pensabilità e possibilità.
Atto costitutivo e Statuto saranno pubblicati in questa sede e commentati con successivi articoli.
Cordialmente.
Piero Camerone

PERSEVERARE E’ UMANO

Mi è capitato casualmente (ma esiste realmente il caso?!) di leggere questo libro di Pietro Trabucchi: Perseverare è umano. Ne ho tratto argomenti interessanti e confortanti sul tema della responsabilità personale. In particolare le argomentazioni che ritengo maggiormente utili, dimostrano la predisposizione del cervello umano ad affrontare le difficoltà sapendo mantenere la determinazione anche in carenza di risultati a breve, medio termine. Una riflessione per meglio comprendere che in sintesi è l’allenamento ad un certo modo di pensare che ci apre a nuovi standard di risultato. Per cambiare e finalizzare uno stato emotivo efficace all’azione anche in situazioni difficili occorre rinnovare il modo con cui pensiamo. Di facile lettura, ricco di esempi, pragmatico. Consigliatissimo. Cordialmente. Piero Camerone.

Tu…vedi niente lì?…

Le narrazioni ci aiutano a rispondere a questa domanda; essendo le storie della nostra vita una delle grandi categorie della conoscenza che utilizziamo per comprendere e ordinare il mondo (Roland Barthes). Attraverso l’atto del raccontare ciascuno entra in relazione con se stesso e gli altri, proponendo una personale visione delle cose. Le narrazioni non sono mai innocenti (Andrea Fontana). Quello che spieghiamo, o meglio raccontiamo, è sempre un’esperienza (Humberto Maturana). Per questo l’opportunità di apprendere dalla nostra vita, dipende dalle spiegazioni che siamo capaci di darci. “Tu…vedi niente lì?” è il titolo di un incontro (Torino, Circolo dei lettori, 26 febbraio 2015, ore 21.00) nell’ambito del quale si ricercano indizi per una pratica delle narrazioni che non sia lasciata al caso, ma sia sorretta da un progetto narrativo consapevole: un pratica, una disciplina. Cosa significa trarre l’essenziale delle nostre esperienze: e, cos’è l’essenziale? le cose, i significati? Cos’è il pensiero narrativo?…e come possiamo utilizzarlo? Il linguaggio genera realtà: qual è il linguaggio delle narrazioni? Essendo le narrazioni, atti di comunicazione che differenza c’è tra la comunicazione discorsiva – il comune parlare – e la comunicazione narrativa? Il racconto di sé ha a che fare con la rievocazione, a volte malinconica del passato, oppure rappresenta una nuova esperienza che ci congiunge a ciò che veramente vogliamo, per noi e per gli altri? Lo storytelling della responsabilità, in che modo può guidarci e orientarci su questi percorsi di apprendimento? L’idea dell’incontro è tutta qui. Cercare di dare frammenti di risposte a queste domande. L’intermezzo, costituito dalle mie canzoni autobiografiche, è poi un modo per ancorare le riflessioni e la proposta concettuale, ad atti autentici di narrazione a risposte che negli anni ho cercato alle cose sparse della mia vita, come a tutti d’altronde. “Tu…vedi niente lì?” non è propriamente una situazione di intrattenimento, anche considerato che quello che “lì, si vedrà”, rischia di fare pensare: e qualcosa magari traballa.  Piero Camerone.

Incontro in tema di storytelling responsabile – Soges / Eataly Torino

L’incontro è una opportunità per confrontarci sul tema dello storytelling come strumento per migliorare determinate competenze che sono essenziali nei percorsi di sviluppo personale. Mi riferisco alla capacità di progettarsi, di fare scelte, di tradurre i desideri in azioni. Tutto questo per cercare di dare una direzione alla vita. Lo storytelling responsabile, o storytelling della responsabilità, mira a questo obiettivo, ricercando come costruire storie che sappiano realmente raccontare della responsabilità di ciascuno nell’affrontare l’esperienza. Nel corso dell’incontro propongo un percorso tematico che riassume le argomentazioni che su questo tema ho sviluppato nel libro “Metodologie di storytelling responsabile”. Di seguito il link per maggiori informazioni organizzative. Cordialmente

http://www.sogesnetwork.eu/it/content/sogesworkshop-metodologie-di-storytelling-responsabile

Metodologie di Storytelling Responsabile Considerazioni dopo la stampa.

E’ andato in questi giorni in stampa questo mio libro. Sarà che ci ho lavorato su un bel po’, per rivedere le cose: taglia qui, cuci là, che mi è venuta voglia di scrivere qualche considerazione più rilassata e di sintesi.

Procederò per singole parti successive: vediamo quella di oggi.

Definire lo storytelling implica un duplice piano di osservazione: quello del concetto e quello del metodo. Come concetto lo storytelling può definirsi quel modo attraverso il quale ricerchiamo e diamo significato all’esperienza utilizzando le storie, le narrazioni.

Declinando questo concetto nelle attuazioni pratiche si presenta la necessità, che poi è anche un’utilità, di definire lo storytelling come metodo, come pratica.

Qui vedrei bene una distinzione: da un lato lo storytelling come modalità di comunicazione, dall’altro come strumento per l’apprendimento.

Quando prevale la finalità di comunicazione lo storytelling si qualifica come pratica che mette al centro dell’atto comunicativo la costruzione e la narrazione di storie. Il focus non è dunque sul dialogo, sul confronto di idee, bensì sulla storia. Questa modalità di comunicazione sembra essere particolarmente adatta in quelle situazioni in cui l’obiettivo del comunicare sia generare nel pubblico di riferimento delle specifiche convinzioni, che possono riguardare l’immagine aziendale, la qualità di prodotti, di progetti, etc.. Questo è un ambito tematico sul quale, in Italia, a partire dai primi anni 2000, si è scritto e detto molto.

Diversamente, quale strumento per l’apprendimento lo storytelling non è più prioritariamente rivolto ad un pubblico, ma costituisce uno strumento che usa le storie per capire, decifrare, l’esperienza nella dimensione intrapersonale. Se consideriamo che “il passato è una storia che ci raccontiamo”, è proprio da questo racconto che traiamo gli spunti per generare determinate traiettorie di futuro. Humberto Maturana dice che “quello che spieghiamo è sempre un’esperienza: quindi il problema sta nella spiegazione”.

Vale a dire che noi diamo una direzione di senso alla nostra esperienza mediante le spiegazioni che diamo agli eventi accaduti. Quando queste spiegazioni, interpretazioni, vengono date utilizzando il pensiero narrativo, ovvero la rappresentazione a mezzo di storie, lo storytelling agisce per guidare nella comprensione delle cose. Il racconto, e la sua costruzione sopratutto, utilizza una modalità narrativa che è ricca di implicazioni e potenziali, in modo particolare per la sua idoneità ad aprire nuovi punti di osservazione della realtà. In questa accezione lo storytelling può diventare uno strumento di sviluppo delle capacità personali, una sorta di disciplina riflessiva, atta a generare apprendimenti. (Continua…)

Storytelling responsabile: utilità

A conclusione di questa serie di articoli sullo storytelling responsabile, la questione della sua utilità si presenta come inevitabile. Voglio dire che è indispensabile riflettere sui vantaggi che lo storytelling responsabile è in grado di produrre: credo che utilità e ricerca di senso, nel caso di specie, siano tra loro strettamente connessi. Il punto è questo: l’utilizzo del pensiero narrativo consente di rileggere l’esperienza. Riflettere sulla propria idea delle cose passando, uno ad uno, tra gli elementi narrativi canonici, implica portare l’attenzione su aspetti della vita che generalmente non consideriamo. Ad un certo punto ci sono aspetti di noi che diamo per scontati. La considerazione del mondo, delle relazioni, dei nostri talenti e dei nostri limiti, avviene da questi aspetti in poi. Diamo per acquisite alcune parti di noi, creando con questo delle convinzioni che rappresentano solo una parte della nostra esperienza e sopratutto una parte che si è determinata in un dato tempo, al quale non abbiamo più fatto ritorno. Possiamo dire che accettiamo un certo modo d’essere della nostra consapevolezza. La riflessione narrativa, guidata dallo schema (ovvero dalla necessità di comprendere le nostre caratteristiche – definizione del protagonista, cosa vogliamo per il futuro – impresa, cosa vogliamo, – tesoro, se vale la pensa impegnarci in tal senso, quali sono i nostri antagonisti e i conflitti con cui misurarci – antagonisti e conflitti interni ed esterni) ci consente di cambiare il piano di osservazione. Nel rispondere alle domande, gli accadimenti ed i nostri convincimenti  si rilegge quello che è successo. Il pensare oggi di comprendere la nostra esperienza o anche un singolo problema su cui vogliamo lavorare, implica una differente condizione emotiva. Duccio Demetrio, nel suo bel libro “Raccontarsi”, parla di una condizione di “tregua” in cui il modo di vedere si trasforma, si arricchisce, in una sorta di tranquillità (l’atto del riflettere) che porta ben oltre le tensioni e i giudizi consolidati. La condizione di tregua è un prendersi cura di noi rivedendo nel racconto che si genera la dinamica degli accadimenti. Questa è una condizione che, per usare una immagine, apre le finestre della nostra vita, e fa vedere nuovi orizzonti. Ciascuno degli elementi narrativi ci accompagna in questo itinerario che è sempre di scoperta e rinnovamento. Questa è la pratica dello storytelling come strumento di apprendimento. L’utilità sta nell’utilizzare il pensiero narrativo per raccontare la nostra storia e trarci una visione più sistemica. Ma questo di per sé non è ancora sufficiente. In cosa consiste allora il “gioco”?  La risposta la troviamo se ragioniamo sull’ultimo elemento narrativo: l’epilogo. Il valore della pratica dello storytelling è nella capacità di colui che sta prendendo in carico la sua esperienza, di trovare una conclusione della storia che ha creato (riflettendo su alcuni aspetti della sua vita) in cui è la sua capacità di essere responsabile a risolvere gli eventi. E’ la capacità di vedere che la storia finisce con un’azione da compiere, la cui responsabilità rientra nella sfera di influenza del narratore. Risolvere il problema, andare oltre il limite, compiendo una scelta che dipende dal soggetto e non da elementi che non può controllare o influenzare: questo è il “gioco”! Certamente impegnativo come obiettivo, ma sempre motivante e arricchente. Diversamente quando ci convinciamo che non possiamo fare niente di più, che siamo in una situazione limitante di cui altri sono responsabili, attribuiamo a fattori che non possiamo controllare o influenzare il potere di rendere imprevedibili i percorsi e gli sviluppi della nostra vita. Per questo, ricercare alibi, di fatto, ci mette in una condizione di non crescita. L’epilogo è dunque la fase in cui dobbiamo cercare di vedere come risolvere la questione che stiamo analizzando con la narrazione, individuando una soluzione che dipenda da noi. Se si sono seguite correttamente le fasi precedenti, la metodologia dello storytelling responsabile consente di disporre degli elementi necessari per una scelta che apre nuove possibilità di azione.

Storytelling responsabile: “Dove nascono le storie?”

L’utilizzo della narrazione quale strumento di analisi e ricerca per lo sviluppo delle potenzialità personali, la disciplina di cui ho accennato nell’articolo precedente, costituisce un nuovo punto di osservazione che mette al centro la persona, in una concezione olistica dell’esperienza, capace di generare energie e rinnovate motivazioni.

La domanda che aiuta a comprendere il metodo di lavoro è la seguente: quale relazione c’è tra racconto e vissuti personali? O meglio: come gli accadimenti dell’esperienza personale entrano nella trama di un racconto? Un punto preliminare è precisare che non siamo nell’ambito delle tematiche della scrittura creativa. La definizione della trama della narrazione, secondo la didattica dello storytelling responsabile, non richiede alcun atto creativo, o un idea narrativa originaria. La storia che prende forma praticando il metodo in questione nasce dalla relazione tra riflessione personale e funzione propulsiva degli elementi narrativi canonici. Vediamo di cosa si tratta.

Formalismo russo, neo-criticismo statunitense, strutturalismo francese, storiografia e semiotica italiana, nonché l’ermeneutica tedesca, hanno messo in evidenza che ogni cultura sociale si fonda su alcuni archetipi narrativi che funzionano come metacopioni. La presenza di dinamiche narrative  e miti ancestrali accomunano l’esperienza delle persone le quali condividono una memoria collettiva con valenza di elemento identitario e di appartenenza. Questi fattori tra le diverse loro funzioni, rendono riconoscibili le narrazioni, caricandole di una forte valenza emotiva e partecipativa. Vladimir Propp all’inzio del XX secondo ha estrapolato dalla struttura della fiaba delle funzioni ricorrenti a mezzo delle quali il canovaccio del racconto si ripete in modo ricorsivo. Acquisendo memoria di queste funzioni le persone apprendono ad interpretare gli eventi in un dato modo: prevedibilità e riconoscibilità si compenetrano e condizionano l’interpretazione del messaggio narrato. Questa è la base concettuale dello schema narrativo canonico che si fonda su sei elementi:

  1. una personalità eroica – protagonista o eroe (generalmente l’ambito dell’Io desiderante);
  2. una impresa da realizzare (l’obiettivo per cui l’eroe si batte);
  3. il tesoro (che consiste nel vantaggio – valore che l’eroe consegue allorché realizza l’impresa);
  4.  l’elemento antagonista (che identifica tutto ciò che si frappone all’ottenimento del risultato voluto);
  5. il conflitto (che si genera tra l’eroe e gli antagonisti – interni / esterni, per “prendere” il tesoro);
  6. l’epilogo (dove l’eroe trova lo spunto vincente, l’azione risolutiva);

Nello storytelling responsabile la storia genera dalla relazione tra il vissuto personale e ciascuno di questi elementi. Comprendere più a fondo l’esperienza significa essenzialmente riuscire ad arricchire i punti di vista dai quali si osserva la realtà. Per questo una pratica riflessiva che si muove dentro ad uno schema interpretativo e generativo, favorisce la messa a fuoco delle criticità, dei giudizi e delle possibili differenti interpretazioni di ciò che siamo e di ciò facciamo e delle possibilità future (Continua…).

“Metodologie di storytelling responsabile”

E’ andato in questi giorni in stampa questo mio libro, che avrà distribuzione in versione cartacea credo per la metà di ottobre; per la seconda metà di settembre come E Book. Sarà che ci ho lavorato su un bel po’ per rivedere le cose, taglia qui, cuci là, che mi è venuta voglia di scrivere qualche considerazione più rilassata e di sintesi.

Procederò per singole riflessioni: vediamo la riflessione di oggi.

Definire lo storytelling implica un duplice piano di osservazione: quello del concetto e quello del metodo. Come concetto lo storytelling  può definirsi quel modo attraverso il quale  ricerchiamo e diamo significato all’esperienza utilizzando le storie, le narrazioni.

Declinando questo concetto nelle attuazioni pratiche si presenta la necessità, che poi è anche un’utilità, di definire lo storytelling come metodo, come pratica.

Qui vedrei bene una distinzione: da un lato lo storytelling come modalità di comunicazione, dall’altro come strumento per l’apprendimento.

Quando prevale la finalità di comunicazione lo storytelling si qualifica come pratica che mette al centro dell’atto comunicativo la costruzione e la narrazione di storie. Il focus non è dunque sul dialogo, sul confronto di idee, bensì sulla storia. Questa modalità di comunicazione sembra essere particolarmente adatta in quelle situazioni in cui l’obiettivo del comunicare sia generare nel pubblico di riferimento delle specifiche convinzioni, che possono riguardare l’immagine aziendale, la qualità di prodotti, di progetti, etc.. Questo è un ambito tematico sul quale, in Italia, a partire dai primi anni 2000, si è scritto e detto molto.

Diversamente, quale strumento per l’apprendimento lo storytelling non è più prioritariamente rivolto ad un pubblico, ma costituisce uno strumento che usa le storie per capire, decifrare, l’esperienza nella dimensione intrapersonale. Se consideriamo che “il passato è una storia che ci raccontiamo”, è proprio da questo racconto che traiamo gli spunti per generare determinate traiettorie di futuro. Humberto Maturana dice che “quello che spieghiamo è sempre un’esperienza: quindi il problema sta nella spiegazione”.

Vale a dire che noi diamo una direzione di senso alla nostra esperienza mediante le spiegazioni che diamo agli eventi accaduti. Quando queste spiegazioni, interpretazioni, vengono date utilizzando il pensiero narrativo, ovvero la rappresentazione a mezzo di storie, lo storytelling agisce per guidare nella comprensione delle cose. Il racconto, e la sua costruzione sopratutto, utilizza una modalità narrativa che è ricca di implicazioni e potenziali, in modo particolare per la sua idoneità ad aprire nuovi punti di osservazione della realtà. In questa accezione lo storytelling può diventare uno strumento di sviluppo delle capacità personali, una sorta di disciplina riflessiva, atta a generare apprendimenti. (Continua…)

 

DIECI IMPERDIBILI CONSIGLI DI Albert Einstein

Ho più volte citato il paradigma della responsabilità. Ecco 10 consigli per metterlo in pratica.

DIECI IMPERDIBILI CONSIGLI DI Albert Einstein

1. Segui la tua curiosità
“Non ho nessuno talento speciale. Sono solo appassionatamente curioso.”
2. La perseveranza ha un valore inestimabile
“Non mi considero particolarmente intelligente, è solo che mi dedico ai problemi molto a lungo.”
3. Poni il presente al centro della tua attenzione
“Qualsiasi uomo che guida in maniera sicura mentre bacia una bella ragazza è un uomo che non sta dando al bacio l’attenzione che merita.”
4. L’immaginazione è potente
“L’immaginazione è tutto. E’ l’anteprima delle attrazioni che il futuro ci riserva. L’immaginazione è più importante della conoscenza.”
5. Non avere paura di sbagliare
“Una persona che non ha mai sbagliato è una persona che non ha mai provato nulla di nuovo.”
6. Vivi nel momento
“Non penso mai al futuro: arriva abbastanza presto.”
7. Crea valore
“Impegnatevi cercando di creare non il successo, ma il valore in quello che fate.”
8. Non essere ripetitivo
“Follia: fare e rifare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati differenti.”
9. La conoscenza deriva dall’esperienza
“Informazione non è conoscenza. La sola fonte di conoscenza è l’esperienza.”
10. Impara le regole e giocherai meglio
“Devi imparare le regole del gioco. E poi devi giocarci meglio di chiunque altro.

La passione per lo storytelling diventa un libro: così nascono le storie!

Questa settimana a Torino viene presentato il libro <Telling Stories: buone prassi e interpretazioni di marketing narrativo> scritto in collaborazione con 5 professionisti della comunicazione Silvia BadriottoMassimo BenedettiStefania Burra , Alessandro Dattilo  eSimonetta Pozzi, con il contributo grafico, l’impaginazione  e la meticolosa revisione diMaurizio Brandolini.

Il libro è nato da una conversazione intorno ad un tavolo, quello del Tomato Backpackers Hotel a Torino, nel quartiere di San Salvario.

Riunione Tomato Backpackers Hotel

Quello che mi piace delle storie è che mettono in connessione le persone e restituiscono senso alle cose 

Nel dicembre 2012, dicono gli autori, nella nostra prima riunione dopo i corsi sullo storytelling d’impresa fatti al Lab121 con gli amici e docenti Alessio Giachin Ricca e Piero Camerone, non sapevamo ancora che il nostro progetto sarebbe diventato un libro.
C’era tuttavia molta voglia di fare e di esprimere il nostro entusiasmo  per lo storytelling.

Avevamo scoperto un modo di comunicare che tocca le nostre emozioni, che rielabora il vissuto e al contempo esplora l’immaginario 

Occorsero altri mesi, altri confronti fra di noi, cedimenti e riavvicinamenti, scritture e revisioni prima che l’intenzione si trasformasse in azione.

Alla fine abbiamo scritto un libro pensato per chi fa comunicazione, aziende, enti pubblici, associazioni no profit, studenti di scienze della comunicazione, imprenditori perché possano usare lo storytelling in due modi: come strategia istituzionale e come metodo di comunicazione.

Il libro spiega perché utilizzare lo storytelling  in azienda, quali sono gli elementi fondamentali per costruire una narrazione, in quali modi e con quali strumenti si può fare storytelling d’impresa ispirandosi alle best practices di aziende italiane e straniere

E-book Telling Stories

Nella serata di venerdì 28 febbraio, alle ore 19,00 al Blah Blah di via Po 21 a Torino daremo in anteprima tutti i riferimenti per scaricare l’e-book e sarà un’occasione per parlare di storytelling d’impresa.
Ti aspettiamo, non mancare!

Per registrarsi all’evento Evenbrite >> http://bit.ly/1fdcOeB
Per informazioni >  tellingstories6@gmail.com
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