DEL “FUTURO” E DEL “NUOVO”: OPINIONE

Che vi sia una certa deriva esistenziale mi sembra evidente: personalmente lo avverto e ne sono coinvolto. Ergo, dico la mia. Se mi chiedo oggi qual è la narrazione più diffusa nel nostro tempo, concordo con A. Baricco che dice: “Il futuro è finito”.
Viviamo, per necessità o per scelta, in una sorta di presente eterno, in uno spazio senza sfondo e senza profondità (F.Fellini – Amarcord).
Si può dire che tendiamo a scambiare la categoria di “Futuro”, speculativa e complessa da rappresentare, con la categoria del “Nuovo”, più immediata, facile da identificarsi.
La ricerca del “Nuovo” è ovunque: nuove relazioni, incontri, amori, oggetti, tecnologie. La ricerca del “Nuovo” crea una apparente motivazione a conseguire qualcosa che una volta ottenuta non fa altro che alimentare la stessa insoddisfazione, la stessa incapacità.
Recentemente ho letto una pubblicazione di Massimo Recalcati, “La forza del desiderio” che mette in evidenza una diversa possibilità. Saper ricercare il “nuovo, nello stesso”, “saper desiderare quello che si ha” (S.Agostino).
E’ una considerazione che ha il fascino delle cose autentiche, che rischiamo di mettere da parte, in un angolo della nostra esperienza, anche solo un po’ discoste.
Per questo ricercare la centralità dei percorsi originari di identità e appartenenza individuale, mi sembra un tema che andrebbe proprio ripreso.
Magari in modo diverso rispetto al passato, ma sempre centrando la ricerca del “nuovo, nello stesso”.
Se non “ancoriamo” l’esperienza personale di ciascuno a ciò che per noi ha valore (emozioni, vissuti, esperienze) si smarrisce il percorso, il senso del tempo, ed è difficile distinguere dal qui ed ora, l’idea di futuro.
A me sembra così: un punto di vista.
Redazione: Piero Camerone.
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AMARE PER TUTTA LA VITA

In fondo è andata a meraviglia. Ho conosciuto la musica che ho saputo scoprire e amare per tutta la vita, sempre la stessa, stando dentro al ritmo che ha sostenuto i tempi difficili. La gratitudine è l’emozione che più si addice alla riconoscenza per essere ancora tutti qui: Bill Evans, Bud Powell, Thelonious Monk, Sten Getz, Barry Harris, Sonny Clark, Hampton Hawes, Miles Davis, Chet Backer, Kenny Barron, Art Pepper, Pepper Adams, Michel Petrucciani, Red Garland, Dexter Gordon.
Non serve andare da nessuna parte. Mi siedo sul gradino di un marciapiede, davanti al palazzo di questa periferia dove mi è toccato arrivare.
Ed è grande il respiro del mondo che da tutta questa musica viene, come un soffio di vento, a carezzarmi il viso.
Complicità discrete di un sentimento vero, come le cose che sono per sempre: il desiderio, la vocazione.

Redazione: Piero Camerone
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LA RESPONSABILITA’ DEL CAMBIAMENTO

L’affermazione che sento fare sempre con maggior frequenza, in primis da imprenditori e manager, ha ad oggetto la necessità di cambiamento: declinata in diverse varianti la sostanza non cambia, un po’ come il prodotto quando si inverte l’ordine dei fattori. C’è stato un tempo in cui associavo a questa istanza, del cambiamento, dico, una determinazione al rinnovamento basato su valori “aperti verso l’altro”, per richiamare S. Paolo. Un rinnovamento che avesse quale forza propulsiva la valorizzazione delle persone e la ricerca di senso e significato nell’esperienza del lavoro: insomma, il primato dell’essere, rispetto al fare e all’avere. Per il vero, c’è stato anche qualcuno che ha provato ha mettere in pratica questo tipo di cambiamento, ma la ricerca e l’impegno per il progresso sono stati generalmente surclassati dalla frenesia per lo sviluppo, per l’ottimizzazione di tempi, costi e qualità purchessia, e da conseguire senza rigore metodologico e di principi ispiratori: pragmatismo puro. Devo dire che qualcuno si è chiesto come mai i risultati stentassero a venire. Risposta: “C’è la resistenza al cambiamento delle persone: di quelli la!” Conclusione, l’innovazione è un obiettivo sostanzialmente mancato per colpa degli altri: i barbari, mutuando l’espressione da Alessandro Baricco. Credo che “se uno non riesce a sentirsi parte di un problema, non può essere nemmeno parte della soluzione”. Ma sentirsi parte di un problema implica competenze cognitive ed emozionali sulle quali si preferisce soprassedere, o far finta di volerle acquisire partecipando a corsi e seminari, dove con una logica autoreferenziale ce la contiamo tra una bugia e una mezza verità: poi, tutti a casa. Dico solo questo: forse se vogliamo generare cambiamento responsabile, dare una direzione al cambiamento, ricercare il progresso e la qualità dei risultati, soverchiando un fare sconclusionato e frettoloso nelle nostre aziende, potremmo cambiare il punto di osservazione. Renderci conto che c’è un punto dal quale tutto si crea: la sincerità degli intenti e dei comportamenti. La sincerità è il fattore che crea la fiducia, e la fiducia è alla base di ogni processo di delega e di assunzione in prima persona della responsabilità di ruolo. Vogliamo cambiare?! Cominciamo da questo, dalla sincerità. Magari sembra retorica. In ogni caso la domanda sovviene: “Chi, più di ogni altro, manifesta la tanto vituperata resistenza al cambiamento?
Redazione: Piero Camerone
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