Storytelling responsabile: utilità

A conclusione di questa serie di articoli sullo storytelling responsabile, la questione della sua utilità si presenta come inevitabile. Voglio dire che è indispensabile riflettere sui vantaggi che lo storytelling responsabile è in grado di produrre: credo che utilità e ricerca di senso, nel caso di specie, siano tra loro strettamente connessi. Il punto è questo: l’utilizzo del pensiero narrativo consente di rileggere l’esperienza. Riflettere sulla propria idea delle cose passando, uno ad uno, tra gli elementi narrativi canonici, implica portare l’attenzione su aspetti della vita che generalmente non consideriamo. Ad un certo punto ci sono aspetti di noi che diamo per scontati. La considerazione del mondo, delle relazioni, dei nostri talenti e dei nostri limiti, avviene da questi aspetti in poi. Diamo per acquisite alcune parti di noi, creando con questo delle convinzioni che rappresentano solo una parte della nostra esperienza e sopratutto una parte che si è determinata in un dato tempo, al quale non abbiamo più fatto ritorno. Possiamo dire che accettiamo un certo modo d’essere della nostra consapevolezza. La riflessione narrativa, guidata dallo schema (ovvero dalla necessità di comprendere le nostre caratteristiche – definizione del protagonista, cosa vogliamo per il futuro – impresa, cosa vogliamo, – tesoro, se vale la pensa impegnarci in tal senso, quali sono i nostri antagonisti e i conflitti con cui misurarci – antagonisti e conflitti interni ed esterni) ci consente di cambiare il piano di osservazione. Nel rispondere alle domande, gli accadimenti ed i nostri convincimenti  si rilegge quello che è successo. Il pensare oggi di comprendere la nostra esperienza o anche un singolo problema su cui vogliamo lavorare, implica una differente condizione emotiva. Duccio Demetrio, nel suo bel libro “Raccontarsi”, parla di una condizione di “tregua” in cui il modo di vedere si trasforma, si arricchisce, in una sorta di tranquillità (l’atto del riflettere) che porta ben oltre le tensioni e i giudizi consolidati. La condizione di tregua è un prendersi cura di noi rivedendo nel racconto che si genera la dinamica degli accadimenti. Questa è una condizione che, per usare una immagine, apre le finestre della nostra vita, e fa vedere nuovi orizzonti. Ciascuno degli elementi narrativi ci accompagna in questo itinerario che è sempre di scoperta e rinnovamento. Questa è la pratica dello storytelling come strumento di apprendimento. L’utilità sta nell’utilizzare il pensiero narrativo per raccontare la nostra storia e trarci una visione più sistemica. Ma questo di per sé non è ancora sufficiente. In cosa consiste allora il “gioco”?  La risposta la troviamo se ragioniamo sull’ultimo elemento narrativo: l’epilogo. Il valore della pratica dello storytelling è nella capacità di colui che sta prendendo in carico la sua esperienza, di trovare una conclusione della storia che ha creato (riflettendo su alcuni aspetti della sua vita) in cui è la sua capacità di essere responsabile a risolvere gli eventi. E’ la capacità di vedere che la storia finisce con un’azione da compiere, la cui responsabilità rientra nella sfera di influenza del narratore. Risolvere il problema, andare oltre il limite, compiendo una scelta che dipende dal soggetto e non da elementi che non può controllare o influenzare: questo è il “gioco”! Certamente impegnativo come obiettivo, ma sempre motivante e arricchente. Diversamente quando ci convinciamo che non possiamo fare niente di più, che siamo in una situazione limitante di cui altri sono responsabili, attribuiamo a fattori che non possiamo controllare o influenzare il potere di rendere imprevedibili i percorsi e gli sviluppi della nostra vita. Per questo, ricercare alibi, di fatto, ci mette in una condizione di non crescita. L’epilogo è dunque la fase in cui dobbiamo cercare di vedere come risolvere la questione che stiamo analizzando con la narrazione, individuando una soluzione che dipenda da noi. Se si sono seguite correttamente le fasi precedenti, la metodologia dello storytelling responsabile consente di disporre degli elementi necessari per una scelta che apre nuove possibilità di azione.

Storytelling responsabile: “Dove nascono le storie?”

L’utilizzo della narrazione quale strumento di analisi e ricerca per lo sviluppo delle potenzialità personali, la disciplina di cui ho accennato nell’articolo precedente, costituisce un nuovo punto di osservazione che mette al centro la persona, in una concezione olistica dell’esperienza, capace di generare energie e rinnovate motivazioni.

La domanda che aiuta a comprendere il metodo di lavoro è la seguente: quale relazione c’è tra racconto e vissuti personali? O meglio: come gli accadimenti dell’esperienza personale entrano nella trama di un racconto? Un punto preliminare è precisare che non siamo nell’ambito delle tematiche della scrittura creativa. La definizione della trama della narrazione, secondo la didattica dello storytelling responsabile, non richiede alcun atto creativo, o un idea narrativa originaria. La storia che prende forma praticando il metodo in questione nasce dalla relazione tra riflessione personale e funzione propulsiva degli elementi narrativi canonici. Vediamo di cosa si tratta.

Formalismo russo, neo-criticismo statunitense, strutturalismo francese, storiografia e semiotica italiana, nonché l’ermeneutica tedesca, hanno messo in evidenza che ogni cultura sociale si fonda su alcuni archetipi narrativi che funzionano come metacopioni. La presenza di dinamiche narrative  e miti ancestrali accomunano l’esperienza delle persone le quali condividono una memoria collettiva con valenza di elemento identitario e di appartenenza. Questi fattori tra le diverse loro funzioni, rendono riconoscibili le narrazioni, caricandole di una forte valenza emotiva e partecipativa. Vladimir Propp all’inzio del XX secondo ha estrapolato dalla struttura della fiaba delle funzioni ricorrenti a mezzo delle quali il canovaccio del racconto si ripete in modo ricorsivo. Acquisendo memoria di queste funzioni le persone apprendono ad interpretare gli eventi in un dato modo: prevedibilità e riconoscibilità si compenetrano e condizionano l’interpretazione del messaggio narrato. Questa è la base concettuale dello schema narrativo canonico che si fonda su sei elementi:

  1. una personalità eroica – protagonista o eroe (generalmente l’ambito dell’Io desiderante);
  2. una impresa da realizzare (l’obiettivo per cui l’eroe si batte);
  3. il tesoro (che consiste nel vantaggio – valore che l’eroe consegue allorché realizza l’impresa);
  4.  l’elemento antagonista (che identifica tutto ciò che si frappone all’ottenimento del risultato voluto);
  5. il conflitto (che si genera tra l’eroe e gli antagonisti – interni / esterni, per “prendere” il tesoro);
  6. l’epilogo (dove l’eroe trova lo spunto vincente, l’azione risolutiva);

Nello storytelling responsabile la storia genera dalla relazione tra il vissuto personale e ciascuno di questi elementi. Comprendere più a fondo l’esperienza significa essenzialmente riuscire ad arricchire i punti di vista dai quali si osserva la realtà. Per questo una pratica riflessiva che si muove dentro ad uno schema interpretativo e generativo, favorisce la messa a fuoco delle criticità, dei giudizi e delle possibili differenti interpretazioni di ciò che siamo e di ciò facciamo e delle possibilità future (Continua…).

“Metodologie di storytelling responsabile”

E’ andato in questi giorni in stampa questo mio libro, che avrà distribuzione in versione cartacea credo per la metà di ottobre; per la seconda metà di settembre come E Book. Sarà che ci ho lavorato su un bel po’ per rivedere le cose, taglia qui, cuci là, che mi è venuta voglia di scrivere qualche considerazione più rilassata e di sintesi.

Procederò per singole riflessioni: vediamo la riflessione di oggi.

Definire lo storytelling implica un duplice piano di osservazione: quello del concetto e quello del metodo. Come concetto lo storytelling  può definirsi quel modo attraverso il quale  ricerchiamo e diamo significato all’esperienza utilizzando le storie, le narrazioni.

Declinando questo concetto nelle attuazioni pratiche si presenta la necessità, che poi è anche un’utilità, di definire lo storytelling come metodo, come pratica.

Qui vedrei bene una distinzione: da un lato lo storytelling come modalità di comunicazione, dall’altro come strumento per l’apprendimento.

Quando prevale la finalità di comunicazione lo storytelling si qualifica come pratica che mette al centro dell’atto comunicativo la costruzione e la narrazione di storie. Il focus non è dunque sul dialogo, sul confronto di idee, bensì sulla storia. Questa modalità di comunicazione sembra essere particolarmente adatta in quelle situazioni in cui l’obiettivo del comunicare sia generare nel pubblico di riferimento delle specifiche convinzioni, che possono riguardare l’immagine aziendale, la qualità di prodotti, di progetti, etc.. Questo è un ambito tematico sul quale, in Italia, a partire dai primi anni 2000, si è scritto e detto molto.

Diversamente, quale strumento per l’apprendimento lo storytelling non è più prioritariamente rivolto ad un pubblico, ma costituisce uno strumento che usa le storie per capire, decifrare, l’esperienza nella dimensione intrapersonale. Se consideriamo che “il passato è una storia che ci raccontiamo”, è proprio da questo racconto che traiamo gli spunti per generare determinate traiettorie di futuro. Humberto Maturana dice che “quello che spieghiamo è sempre un’esperienza: quindi il problema sta nella spiegazione”.

Vale a dire che noi diamo una direzione di senso alla nostra esperienza mediante le spiegazioni che diamo agli eventi accaduti. Quando queste spiegazioni, interpretazioni, vengono date utilizzando il pensiero narrativo, ovvero la rappresentazione a mezzo di storie, lo storytelling agisce per guidare nella comprensione delle cose. Il racconto, e la sua costruzione sopratutto, utilizza una modalità narrativa che è ricca di implicazioni e potenziali, in modo particolare per la sua idoneità ad aprire nuovi punti di osservazione della realtà. In questa accezione lo storytelling può diventare uno strumento di sviluppo delle capacità personali, una sorta di disciplina riflessiva, atta a generare apprendimenti. (Continua…)