Raccontarsi…

“Il momento in cui sentiamo il desiderio di raccontarci è segno inequivocabile di una nuova tappa della nostra maturità. Poco importa che ciò accada a vent’anni piuttosto che a ottanta. E’ l’evento che conta, che sancisce la transizione a un altro modo di essere e di pensare. E’ la comparsa di un bisogno che cerca di farsi spazio tra gli altri pensieri, che cerca di rubare un po’ di tempo per occuparsi di se stessi.

Ci ritroviamo adulti proprio quando…siamo in grado mentalmente di organizzare il nostro passato e di riflettere sul presente…

L’autobiografia (e la narrazione) non è soltanto un tornare a vivere: è un tornare a crescere per se stessi e per gli altri, è un incoraggiamento a continuare a rubare giorni al futuro che ci resta, e a vivere più profondamente quelle esperienze che, per la fretta e la disattenzione degli anni cruciali, non potevano essere vissute con la stessa intensità. Per questo l’autobiografia e la narrazione come atto di ricerca sono un viaggio formativo” (Tratto da “Raccontarsi” di Duccio Demetrio).

“Difendo il bosco dove andavo da bambino, attuo una forma di resistenza contro l’imbarbarimento del presente. Ma questo non avviene in senso reazionario. Al contrario, soltanto difendendo ciò che per me ha valore, posso ritrovare il senso di un percorso e della mia storia” Alberto Asor Rosa

Riflessione sul concetto di responsabilità

“La vita pone continuamente delle domande, ogni giorno e ogni ora, domande alle quali ci tocca rispondere, dando una risposta esatta, non solo in meditazioni oppure a parole, ma con un’azione, un comportamento corretto. Vivere, in ultima analisi, non significa altro che avere la responsabilità di rispondere esattamente ai problemi vitali, di adempiere i compiti che la vita pone a ogni singolo, di far fronte all’esigenza dell’ora. Quest’esigenza, e con essa il significato della vita, muta da uomo a uomo, di attimo in attimo. Non è dunque mai possibile precisare il senso della vita umana in generale, non possiamo mai rispondere in generale a chi domanda quale sia il senso dell’esistenza . La vita non è qualcosa di vago, ma di volta in volta qualcosa di concreto e così anche le esigenze della vita sono di volta in volta assai concrete. Il destino dell’uomo, unico e originale per ciascuno di noi, reca in sé siffatta concretezza. Non è possibile paragonare gli uomini e due destini; nessuna situazione si ripete. In ogni situazione, l’uomo è chiamato a un diverso comportamento” – Uno psicologo nei lager – Viktor E. Frankl.

Il tema della responsabilità dunque, lungi dal presentarsi quale costrutto teorico, si pone al centro dell’esperienza e la qualifica. Sentirsi responsabili significa ampliare la nostra sfera di influenza sulla realtà, in quanto rende evidente che se ci sentiamo parte di un problema siamo, in buona sostanza, anche parte della soluzione. Affrontare le situazioni secondo il paradigma della responsabilità allarga in campo delle nostre possibilità poiché ci responsabilizza nella ricerca di nuove azioni il cui compimento  dipende unicamente da noi. In caso contrario si cade nella “cultura degli alibi”, che consiste nel trasferire su fattori esterni a noi l’incidenza causale di quello che ci accade. Le nostre criticità relazionali, i problemi di lavoro e del vivere sociale ad esempio, finiscono per divenire insolubili quando permettiamo ad elementi che non possiamo controllare o influenzare di incidere negativamente sulle nostre azioni. Se permettiamo a fattori imprevedibili, in quanto a noi esterni, di condizionare il nostro comportamento, la nostra stessa vita diventa incontrollabile! In questo senso si può dire che, se non sono parte di un problema non sono neanche parte della soluzione. La parola “responsabilità” deriva da “respons – abile” ovvero signifca “abilità di risposta”. In questo la riflessione di Viktor Frankl ci richiama a quella capacità di risposta che in ogni situazione dobbiamo ricercare. La capacità di risposta, ovvero la capacità di essere responsabili in prima persona, è il presupposto per la ricerca di nuove azioni decise e attuate da noi e tramite le quali tentiamo, attraverso un tentativo voluto e frutto della nostra progettualità, di incidere sulla realtà. Questo ci consente di guidare la nostra vita, favorendo un percorso di esperienza in cui il progressivo ampliamento della consapevolezza di sé apre a nuove pensabilità e possibilità future.  

Ci vuole tempo

“Ogni volta che l’uomo intuisce che le sue mappe sono obsolete conquista nuovi traguardi”. Questa frase di Chester Elton mi dà lo spunto per riprendere il dialogo che ho sospeso per alcuni mesi, non tanto per mancanza di argomenti,  ma perché ci vuole tempo per dedicarsi alle cose e accade di non riuscire ad arrivare a completare i progetti come si sarebbe voluto, per incapacità, incostanza o chissà che. Ci vuole tempo anche per crescere, per individuare la giusta sequenza delle cose della vita e poi starci dietro con coerenza di intenti ed impegno.

Quello che conta è non smettere di cercare anche nelle contraddizioni, nei ripensamenti, in quel percorrere strade che sembrano riportare allo stesso posto. Ci vuole tempo per rendersi conto che la ricerca della coerenza, di ciò che si vuole realmente, è essa stessa un risultato che in realtà cambia la relazione con se stessi, con gli altri e con il mondo. Quello che è essenziale è riconoscere che le mappe a volte sono diventare obsolete cogliendo in questo un valore di trasformazione importante, direi costitutivo della propria identità: un modo d’essere.

Così riprendo a scrivere su questo blog per dare una “Voce”, un carattere che si ricorda, a quella ricerca e condivisione di apprendimenti sull’esperienza del lavoro che per me costituisce il traguardo più ambito come persona e come formatore.